L’importante è la famiglia

Italia è pasta, pizza, mafia e famiglia. Non scherzo. Quando all’estero pensano all’Italia, pensano in primis a queste cose qui. Potrei scrivere un post per ognuna, giusto per non cadere nei luoghi comuni.

Comincio dalla famiglia.

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Non è che all’estero la famiglia non esista. Ovvio. È che in Italia è un valore saldamente radicato. Una cosa che non puoi farci a meno, in bene o in male ti segna e ti segue, ovunque tu vada.

Mia madre, fin da quando ero piccola, mi ha inculcato in testa che «c’è solo una cosa nella vita che non puoi scegliere: la famiglia». Ed è vero. Ti puoi scegliere gli amici, l’uomo con cui chiudere la porta di casa la sera o anche solo andare a cena e poi non rivederlo mai più. Ti puoi scegliere l’indirizzo dove andare a vivere e i libri che vuoi leggere. Puoi scegliere cosa fare o non fare da grande. Ma non puoi scegliere che quello non sia tuo parente.

Nella mia famiglia siamo davvero tanti. Ora, per famiglia non intendo il nucleo stretto di mamma, papà e fratelli. Siamo in quattro, anzi cinque, perché mia sorella vorrebbe che considerassi anche il cane. Intendo tutto il parentado più vicino. Nonni, zii e cugini. Quelli che ci sono stati – se tutto è filato liscio – alla vostra comunione. Quelli che avete rivisto per i cinquant’anni dello zio e al matrimonio di vostra cugina – e che sicuro vi hanno chiesto quando è che vi accasate anche voi.

Me ne accorgo che siamo in tanti, quando prenotiamo in pizzeria per il compleanno di nonna. Tappa fissa. Nella mia famiglia siamo tanti sia da una parte che dall’altra, dalla parte di mamma e dalla parte di papà. Con accenti e inflessioni diversi, con usanze e tradizioni tipiche della propria regione. Tipo che uno zio prepara il tiramisù più buono del mondo, una zia mi porta a mangiare i casunsei d’inverno. Prosecco e arrosticini come non ci fosse un domani (coppia mista, zio con origini venete e zia abruzzese) e la Calabbria in tavola a luglio, perché è sempre bello lievitare al caldo.

Io tante cose le dò per scontate, perché quelle persone son sempre state lì. E solo con gli anni ho capito che sono stata fortunata. Che mamma aveva ragione, io questa gente che mi ha visto crescere mica me la sono scelta. Ora so di aver avuto una gran botta di culo – perdonate il francesismo.

Alcune persone sono sempre state lì, altre sono subentrate negli anni.

Io, per esempio, non lo invidio per niente il marito di mia cugina quella volta che è capitato al primo pranzo con tutta la famiglia riunita. Saremmo stati in quaranta. Bambini che correvano tra i tavoli, le battute infelici dei miei zii, mia nonna che lo vedeva come un dono mandato dal Signore. E le domande curiose del tipo “ma tu da che famiglia vieni?”. Quelle cose lì insomma. E prova tu a ricordati quaranta nomi e tutti gli accoppiamenti. Chi sta con chi e chi è figlio di chi. Povero, non deve essere stato facile i primi tempi.

C’ho una famiglia così grande che ho detto alle mie amiche con pochi parenti di farsi adottare dai miei zii. Cioè di considerarli tali anche per loro. Che un nipote in più o uno in meno non fa la differenza. Perché in famiglia da me c’è sempre stata l’usanza dell’aggiungi un posto a tavola, e anche un letto, e anche un soggiorno in campagna.

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Tavola imbandita a casa di mia zia, che di mestiere fa pure la cuoca.

Tant’è che spesso devo spiegare che quel tipo seduto in fondo con la camicia azzurra non è mio parente, non di sangue almeno, ma è come se lo fosse. Che la signora con la collana di perle che io chiamo nonna, in realtà non è proprio mia nonna, ma per me sì perché mi portava in montagna d’estate quando ancora non sapevo stare al mondo.

Devi andare tremendamente lontano per sentirne la mancanza. Devi perderti gli auguri delle feste comandate e qualche mega raduno per capire che vorresti essere lì. Con la nonna che attende un uomo mandato dallo stesso Signore che ha mandato il marito a tua cugina e gli zii che tentano di capire che lavoro fai, o meglio vorresti fare, nella vita.

Mi mancano un sacco le grigliate di mio zio in giardino d’estate, che l’ultima volta abbiamo aperto così tante bottiglie che sembrava di essere al Vinitaly. Le brioches appena sfornate di zia che c’ha il bar in centro. Mi manca sedermi sul divano a raccontare a mia mamma perché la ruota gira bene ma ogni tanto si inceppa. Manca papà che si lamenta che ci son troppe tasse da pagare. Mia nonna che si ostina a non capire perché non credo in Dio ma per fortuna prega lei per me. Mi mancano le radunate anche quando non c’è niente da festeggiare. Le cene nei sobborghi di Milano all’all you can eat dai cinesi. Mi manca il bergamasco stretto che sorrido sempre e non capisco una mazza. Mi manca che mia cugina ha preso la patente e quell’altra inizia a leggere e sembra ieri che la tenevo in braccio perché non camminava ancora. Mi mancano le imprecazioni tipiche dei veri veneti, che solo chi è cresciuto sentendole in sottofondo sa che sono degli intercalari, a volte pure affettuosi.

Siamo una grande famiglia unita, ora. Ma chissà magari tra poco ci scanniamo per l’eredità, ci togliamo il saluto, ci insultiamo su Facebook a colpi di post e tag. Son cose che succedono. A volte mi pare che sto in una famiglia di alieni. Che è strano che riusciamo a stare tutti intorno a un tavolo e mangiare senza tirarci addosso qualcosa. Non scherzo. Ce ne son tante di famiglie sfasciate che si odiano. Non che si stanno sulle balle e basta, quello è normale. Sono sicura che anche tra di noi non è che ci andiamo tutti a genio. Ma l’odio e la cattiveria son ben altro. Voglio pensare che ok, si insultano sui social e il paese mormora, Natale separati e i soldi dividono, ma sotto sotto si vogliono bene e dispiace. Quelle super mega cene a base di alcol, cibo e parenti devono mancare anche a loro. Per forza. Perché fan sentire al sicuro. Fan sentire che se un domani tutto andrà male, potremmo suonare a qualche porta, potremmo sempre trovare qualcuno, che se anche siamo colpevoli, starà dalla nostra parte. (Sto sforando nel tema mafia?!)

C’è sempre qualche posto vuoto in quelle grandi tavole imbandite. E son posti che si riempiono subito perché ci finiscono sopra valangate di ricordi. Diventano album di foto polverosi aperti dopo il caffè e, se siete fortunati, diapositive che diocisalvi risalgono a quando non capisci se la pettinatura di zia era vera o era una parrucca. C’è sempre quel posto libero di chi c’era e ora non c’è più. Il sorriso di chi ha scavato le fondamenta del nostro futuro.

Ps: quella della foto non è la mia famiglia, l’ho trovata qui e mi piaceva.

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